Il nostro ex dirigente, allenatore e giocatore Damiano Conati, é partito un anno fa con la famiglia per il Brasile, come missionario cattolico della Chiesa di Verona. Si trova nella periferia della città di São Luis, stato del Maranhão, nord-est del Brasile. Anche là ha iniziato un lavoro sportivo, per cercare di togliere dalla strada piú bambini possibili, e in questo progetto non poteva mancare il basket. Pubblichiamo una lettera che ci ha scritto, dove ci racconta come è stato il suo primo anno di allenatore di pallacanestro in una periferia povera di una grande metropoli brasileira. Un saluto a lui e alla sua famiglia e un in bocca al lupo per il loro lavoro in missione.Antefatto. Il progetto sportivo iniziato in Cidade Olimpica con il nostro arrivo, prevedeva la danza capoeira, la pallavolo, il calcio e il basket. Mentre nei primi tre casi, non avevamo problemi di spazi per svolgere le attività, con il basket tutto è risultato più difficile. Abbiamo così stretto una collaborazione con le due scuole pubbliche di Ensino Fundamental (gli 8 anni di elementari e medie italiane) di Cidade Olimpica. In una siamo entrati con il nostro allenatore per organizzare il calcio a 5, nell’altra (l’Azulão) é toccato a me con il basket. Naturalmente tutto organizzato a livello burocratico, un mio registro presenze, un piccolo rimborso spese (che ovviamente avrei reinvestito nel progetto sportivo) e un programma di lezioni che prevedeva: tre pomeriggi alla settimana per le classi che frequentano scuola al mattino, e un mattino alla settimana per due classi del pomeriggio. Da marzo a dicembre (il periodo scolastico brasiliano). Sembrava una cosa semplice e ben organizzata dalla preside della scuola… sembrava…
I primi tempi sono stati i più duri: i palloni me li sono dovuti portare da casa, lezioni anche con più di 50 alunni, gli adolescenti e gli adulti che scavalcavano per usare la palestra mi insultavano perché non li lasciavo entrare, quelli delle altre classi, se non avevano lezione, entravano senza il minimo rispetto, le battute e le risatine contro gli italiani o sul mio portoghese grezzo non mancavano… E le cose sono andate peggiorando. Carrellata: 1.pietre, forchette, cd, oggetti vari venivano lanciati dall’esterno del muro di cinta alla palestra (con il caldo che c’é, qui le palestre hanno il tetto, ma sono aperte ai lati in alto), mettendo a rischio l’incolumità di tutti noi (fortuna o destino, non si é mai ferito nessuno). 2.La preside ha cominciato a mettere gli orari di educazione fisica degli altri profe sormontati ai miei… dovevo dividere la mia palestra con 50 alunni, con un altro professore e la sua classe di altri 50 alunni! Professore che tra l’altro non ha voglia di far niente e il più delle volte, usciva, entrava nella sua macchina e usava il cellulare… lasciandomi in balia di 100 belve scatenate! (in più di un’occasione mi sono trovato a far basket nella sala mensa, tra l’ilarità generale delle cuoche che mi vedevano disperato!) 3.l’inoltrarsi della stagione delle piogge ha fatto sì che in più di un’occasione piovesse dentro. Finché un giorno di fine maggio non si é staccato un pezzo di lamiera del tetto, che é volato in palestra senza ferire nessuno, ma così, quando pioveva, diventava un’avventura… vere e proprie pozzanghere dappertutto… (anche perché un acquazzone all’Equatore ha una discreta potenza!). 4.non racconto di quando la professoressa di scacchi non arrivava a scuola… fare lezione con una 90ina di alunni va al di là dell’impossibile!
Un bilancio? È stata un’avventura. I primi tempi, la Chicca mi diceva al ritorno a casa: «Meno male che sei tornato vivo anche oggi!». Alla fine con tutti questi alunni, era praticamente impossibile insegnare il basket! Il mio é stato più un lavoro sociale: “i ragazzini sono in palestra, cosí almeno non sono in strada!”. Mi sono affezionato molto, soprattutto ad alcuni di loro, e tutti mi chiamano professor o tio (anche in giro per le strade della città). La speranza è che qualcosa sia rimasto e che nel futuro, con un po’ di esperienza in più, si possa lavorare meglio.